La prima cosa bella, bei sentimenti un po' allungati
Che un film piaccia o no è
quasi irrilevante. Importa quel tanto per cui passi più o meno bene due ore,
influisce insomma sul divertimento. Ma quel che conta di un film è com’è fatto,
quale estetica propone e se, attraverso inquadrature, montature, e tutto ciò
che in una parola si può definire movimento, riesce a dar vita ad una
sceneggiatura, che per essere valida deve raccontare qualcosa di più del nostro
o di altri tempi. Ecco, spazio e tempo, questi sono i valori rilevanti di un
film. E si va al cinema per sapere cosa succede, quali pensieri e su quali storie lavorano i registi, anche come le presentano. Poi se il film piace e diverte bene, ma non è il primo significato da ricercare sul grande schermo. L'etica dell'andare al cinema è scoprire i racconti che si fanno del mondo, belli o brutti che siano.
Se la si pensa similmente La prima cosa bella di Paolo Virzì risulta
così così. La storia di questa mamma in fin di vita interpretata per gli ultimi anni magistralmente
da Stefania Sandrelli e in gioventù bene da Micaela Ramazzotti, del suo rapporto col
figlio asociale Valerio Mastandrea e con la figlia Claudia Pandolfi; questa
storia prende certamente. E ci sono ottime trovate registiche, come il primo piano della pallonata
in testa a Mastandrea che dorme al parco dove più o meno si droga, nonostante
sia un professore di lettere alla scuola alberghiera. O scene commoventi senza
volerlo, come il matrimonio finale in camera da letto. C’è Livorno nei suoi
ultimi cinquant’anni. E c’è tanto amore.
Anzi, è un film che sostiene implicitamente dentro di
sé che le storie più belle sono proprio le storie d’amore, perché quelle racconta sotto
al suo titolo. Amore per la mamma, per la famiglia, per il dialogo e per le
cose semplici. «Scusi dottore, ci sarebbe
un farmaco legale che curi un po’ di scontento, di vuoto interiore?», domanda
Mastandrea al medico che segue la madre, il quale gli risponde con l'accento toscano: «Figliolo, hai
provato con un bagno al mare?».Altra frase fulminante, quella di
Stefania Sandrelli, ormai morente ma instancabilmente allegra, sempre a Mastandrea: «Sei sempre stato così musone,
dovresti avere un po’ di fiducia!».
Il film si allunga e dopo la metà manca di
struttura, il sentimento però non si perde. E il sottofondo, la canzone di
Nicola di Bari che dà il titolo alla pellicola, intenerisce: «Ho preso la chitarrae
suono per te… La senti questa voce,
chi canta è il mio cuore, amore amore amore,
è quello che so direma
tu mi capirai… La prima cosa bellache
ho avuto dalla vita è il tuo sorriso giovane, sei tu».
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