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L’informazione tv nelle mani di pochi

«Il
direttore del Tg 1 è il moderno ministro dell'Informazione: e già il fatto di
averne uno non depone a nostro favore. Anche perché, oggi, il controllore
dell'informazione pubblica (salvo Tg3) è il proprietario dell'informazione
privata (una cosa che i governi di centro-sinistra avrebbero potuto/dovuto
prevedere, il concetto non è così complicato). Le eccezioni – parliamo sempre
di telegiornali – sono Sky Tg24 e La7, ma si rivolgono a un pubblico in genere
beninformato e non confessionale. 

Che
fare? L'unica soluzione, in attesa che il digitale terrestre cambi le cose, è
smontare il monoduopolio Rai/Mediaset. Nessun soggetto, privato o pubblico,
dovrebbe possedere più di una (1) rete: la diversità porterebbe pluralità. Ma
non avverrà. La politica non mollerà l'osso televisivo. E il signor B. – state
tranquilli – non cederà spontaneamente le sue TV (in queste ore comunque
imbavagliate – ma avrebbero parlato di cose scomode per il governo? Suvvia).
L'opinione pubblica italiana – partigiana e/o addomesticata negli anni dal
sistema appena descritto – non glielo chiede; e lui se ne guarda
bene. Questo fa dell'Italia un sistema illiberale? No, ma esiste un
problema grande come una montagna… 

Provo
a riassumere. Controllare l'informazione, oggi, non vuol dire vietare la
discussione. Vuol dire impedire alle notizie sgradite di arrivare al grande
pubblico, quello che non legge i quotidiani (di carta o in rete), non segue i
blog, non acquista libri, non guarda gli approfondimenti TV di seconda/terza
serata – ma vota. Sbarramento, insomma. Una brutta parola. Ma, per preoccuparsi
bisogna capirla.». Beppe Severgnini, Corriere della Sera