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Twitter è una lotteria dell’informazione

Caro Smorto,
come segnali nel tuo articolo, anch’io trovo qualcosa di strano nell’uso che facciamo di Twitter. Come sai sono stato tra i primi giornalisti italiani a occuparmi di Facebook e ancora prima ho scritto degli articoli su Msn Messenger. L’argomento della comunicazione virtuale m’interessa da sempre, soprattutto nel suo aspetto di collegamento con la realtà. Forse troppo concentrato su Facebook, sono arrivato solo pochi mesi fa a Twitter dove ho aperto il profilo @rigatells da cui esploro il twitterspazio.
E se il primo dei due grandi social network ha cambiato il mondo, il secondo sta modificando almeno il mio tempo libero. Sì, perché Twitter io lo uso soprattutto quando mi annoio. Anzi, per la precisione, in quei momenti di noia in cui ti è impossibile fare altro. In autobus, in fila alla posta, prima dell’inizio di una conferenza, durante la pubblicità di un programma o mentre qualcuno in quella trasmissione la fa troppo lunga. A quel punto io guardo cosa fanno gli altri. E posso scoprire che film consiglia Russell Crowe, l’ultima notizia di Anderson Cooper, una battuta di Stephen Fry e – ammettiamolo pure – dove va a cena Bar Refaeli. Il grande cambiamento di Twitter è che invece di farmi gli affari dei miei più o meno amici, posso seguire i pensieri e le azioni di quelli che banalmente possiamo definire personaggi famosi, ma che più profondamente – e la definizione ovviamente vale solo per alcuni – sono persone interessanti, certamente anche per il loro fascino d’immagine.
Ora io so bene che molti di questi usano i social network per farsi pubblicità, però attenzione che è un lavoro starci dietro e si capisce abbastanza quando dall’altra parte c’è l’ufficio stampa. Non solo, Twitter a differenza di Facebook è così limitato e limitante che farne un mezzo personale non disturba il vip. Che rimane spesso vittima del mezzo e invece che twittare solo ciò che pubblicitariamente converrebbe, finisce per raccontarsi più del necessario. Twitter, insomma, è irresistibile non solo per i follower ma anche per il vip.
Però ora parliamo dei giornalisti che stanno in mezzo, da un lato informano, riflettono, pure scherzano e dall’altro desiderano leggere e capire. Perché inevitabilmente il tuo punto di vista, caro Smorto, parte da queste necessità. Ecco, allora scriviamolo chiaramente, Twitter per questo è insufficiente, resta un tassello, una spia, un pungolo. I giornali di carta e pure online sono il frutto di un lavoro diverso, non sono confrontabili. Twitter è una lotteria del sapere: fa scoprire cose inarrivabili altrimenti ma magari nasconde l’essenziale. E non è solo questione di selezione di chi si segue, è un difetto del mezzo, come la mancanza di un’offerta di visione d’insieme. La pagina delle storie che offre, per esempio, è proprio campata in aria. Che Twitter abbia grandi possibilità di sviluppo in questo senso e anche in quello del collegamento e dello scambio di materiale tra persone, comprese le foto, è evidente. E d’altra parte tuttora funziona meglio sul cellulare che da pc, è il mezzo di una comunicazione più vicina a quella di un’agenzia di stampa che a un giornale.
Dunque i giornalisti  possono twittare, certo, magari anticipando o linkando i loro lavori e interagendo con altre persone. Ma non si devono illudere di trovare lì troppe risposte alle loro domande. E se ce le trovano probabilmente formulano interrogativi ancora banali. Twitter è lo specchio della realtà, del lavoro e della vita di ogni professionista. E quando quel professionista si trova a scrivere da solo forse significa che i suoi tweet non sono interessanti per un pubblico. Anche da qui si ricava quell’equilibrio tra pubblico e privato che tu, caro Smorto, invochi.
In fondo, domandando qual è l’etica del mezzo suggerisci ai vip di chiedersi se i loro tweet sono degni di vivere. E implicita c’è la questione di a cosa servono i social network. Ci si mette ciò che si è, vero. Ma non tutti hanno profili interessanti o voglia di esprimerli. E poi c’è da contare l’effetto moltiplicativo del web. Che deve portare a modificare i contenuti. Ovvero una frase detta a un amico ha un rimbalzo diverso che un tweet e dunque va pronunciata con differente attenzione. Infine non consideriamo la questione della privacy. Su Facebook la controlliamo maniacalmente e su Twitter lasciamo tutti il profilo aperto, anche per le foto. Pure questo porta a un uso diverso del mezzo alla fine. Meno privato e più pubblico. Se Facebook serve per incontrare le persone che non potresti conoscere – in fondo Zuckerberg non l’ha mai nascosto -, Twitter forse è utile per incontrare le idee che non potresti raggiungere. E al momento soprattutto solo quelle. Anche per questo è un mezzo più elitario, perché favorisce l’incontro reale soprattutto dei portatori di idee importanti. Mentre Facebook privilegia un parco più ampio di creativi, molto allargato alla gente comune, anche senza curriculum.
Nel complesso, comunque, i social network sono un'opportunità per aumentare la propria realtà, raggiungendone una nuova che magari subito realtà non è ma può diventarlo più facilmente di prima. Probabilmente vanno usati in questo tentativo, senza perderci però le giornate.