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La notte in cui ho intervistato Bossi (ma gli Usa sceglievano Obama)

Alcuni anni fa ho conosciuto Umberto Bossi. Era già stato male, ma nei suoi modi spicci s'intravedeva ancora una capacità di cogliere il nocciolo delle questioni. Questa intervista è stata ripresa anche da Gian Antonio Stella nella sua rubrica Tuttifrutti sul Corriere della Sera per le varie frasi del capo della Lega su Obama. Infatti mi è capitato di conoscere Bossi proprio la notte che il mondo girava pagina dall'era Bush. In Italia invece un ministro si esprimeva ancora così. La fine di Bossi è la fine dell'era Bush e Berlusconi anche qui. E' la Storia che non risparmia nessuno, prima o poi, al di là delle singole pur gravi nefandezze personali e di partito. E' il sistema dei partiti, il sistema Italia che sta evolvendo. Molto positivo. Però mi pare bello ricordare il Bossi folcloristico di quella notte in cui il mondo andava da un'altra parte, in questi giorni in cui se ne ricordano i meriti, oltreché i demeriti, in fondo ci sta.

Martedì sera dopo cena Umberto Bossi entra alla discoteca Le Banque. Golf coi buchi, calzoni troppo lunghi sulle scarpe quadrate: il suo aspetto stona un po’ con la sala allestita a stelle e strisce dal Consolato americano per la notte delle elezioni. Assediato dai cronisti, il ministro per il federalismo si siede per una breve intervista solo con noi.
Che ci fa qui?
«Mi hanno invitato».
Ma lei preferisce Obama o McCain?
«Voto in Padania, mica a New York. E’ una questione di politica interna. Certo, spero che con Obama la loro situazione migliori».
E suo figlio Renzo ha seguito le elezioni?
«Ah, sicuramente: è sempre attaccato alla tv, ma non so chi supporti».
A Berlusconi piace Obama?
«Non riusciamo a parlare di Malpensa, si figuri se discutiamo di politica estera».
Non le interessa l’argomento?
«So che ci sono molti padani in America. Gli Stati Uniti sono la nuova Roma. Nonostante la Cina, l’impero rimane là».
E la vittoria di un presidente nero non significa nulla?
«E’ una notizia come un’altra. Quel che conta è se farà la pace o la guerra. Ma negli Stati Uniti comandano le grandi imprese ed il presidente viene assorbito dal sistema».
Quando ci sarà un presidente nero in Italia?
«Mai. Finché c’è la Lega, il voto sarà concesso solo agli italiani, che non sceglieranno un nero».
Come farà Berlusconi senza Bush?
«In attesa del nuovo inquilino della Casa Bianca, lui ha iniziato a girare attorno a Putin».
Perché?
«Per una questione semplice: l’energia. Ma se Berlusconi prima delle elezioni non ha appoggiato Obama, Frattini lo ha fatto. E non penso parli di sua iniziativa».
A questo punto l’intervista sembra finita, Bossi esce, fa per andarsene, poi si siede al tavolo di un bar dietro piazza Cordusio con alcuni giornalisti. Il ministro ordina un caffè, accende un sigaro, esclama: «Ecco il vero potere: fumare nei locali senza che nessuno ti fermi!». Poi dalle elezioni americane passa alle donne: «Ho riso quando Obama ha definito Sarah Palin un maiale col rossetto. Che donna quella, pure armata! Ma in Israele quante ne ho viste di ragazze in minigonna col fucile in spalla». Così aggiungiamo qualche altra domanda.
Che ne pensa dell’accusa di Guzzanti, senatore Pdl, a Berlusconi di «mignottocrazia»?
«Tutta invidia: Guzzanti è impotente».
Ma la «mignottocrazia» c’è?
«Ci può essere, ma non fatta a sistema».
Delle voci ripetute su Carfagna e Gelmini lei che idea si è fatto?
«Io non so niente. E lasci stare Gelmini, che è inguaiata con la scuola».
Secondo lei la protesta durerà?
«La protesta aumenterà. Il governo è molto preoccupato ed io che ho tutti i figli a scuola seguo la situazione. Bisogna stare attenti, perché se l’università va a sinistra succede un altro ’68. Ma il vero problema è la crisi economica. In questi giorni ho incontrato imprenditori disperati e c’è chi inece pensa ancora ai graffiti».
Prego?
«La donna più bacchettona di tutte, Letizia Moratti, fa la lotta ai graffiti a Milano. E Berlusconi le va dietro solo perché non è mai stato in Svizzera. Non sa che dove c’è un movimento ci sono graffiti. I muri sono il libro dei popoli. Quando eravamo giovani, Maroni mi lasciava in autostrada ed io disegnavo sotto i cavalcavia. Poi mi tornava a prendere e mi trovava tutto macchiato».

twitter @rigatells