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Mentana, Saviano, De Bortoli e i giovani in politica

Mentana

«Se non facessi un altro mestiere, mi piacerebbe fondare un movimento per il lavoro ai giovani, da portare alle elezioni». In questi giorni, le parole del direttore del Tg La7 Enrico Mentana hanno suscitato un dibattito, ma quello sbagliato. Non si è parlato della luna, infatti, ma del dito. Non dei giovani e di un paese in difficoltà, ma dell'improbabile impegno politico diretto del giornalista. Un po' come avvenuto con Roberto Saviano, cui L'Espresso dedica questa settimana anche la copertina, si è poi usata questa uscita di Mentana per schizzarne la camicia col sugo del piatto dove mangiano tutti. Del tipo: vedete, anche lui si vuole candidare. Non dice quello che dice perché lo pensa, ma perché alla fine gli conviene. Non esiste gente veramente affidabile e indipendente, e via così di male in peggio.
Tiriamo fuori invece le parole esatte di Mentana sul suo fantastico movimento: «Poggerebbe su un programma semplice: ribaltare tutto il nostro impianto sociale e normativo, politico e sindacale, che tutela fino in fondo chi è già inserito nel mondo del lavoro, delle professioni e della pubblica amministrazione – dai diritti sul lavoro, ai mutui, ai sussidi di disoccupazione, alle pensioni – tutto a scapito delle nuove generazioni». Non contento di questa provocazione ai più diversi poteri costituiti, o forse perché aveva già consegnato l'articolo, nella sua rubrica su Vanity Fair ha allargato il concetto. Sul settimanale Condé Nast Mentana ha sostenuto infatti che il vero pericolo della crisi è escludere i giovani dal lavoro, il che impedisce alle aziende di rinnovarsi. E allontana la crescita. Nell'articolo, il giornalista spiega che i ragazzi sono sfiduciati e poco intraprendenti in politica anche perché gli sono stati negati troppi diritti. Insomma, non è solo colpa della loro pigrizia. Epperò alla fine il risultato è che i loro interessi non vengono rappresentati e dunque qualcosa deve pur succedere perché la situazione migliori.
Ormai è chiaro che il destino dei ragazzi è quello del paese. Lo ha spiegato lo stesso presidente del Consiglio Mario Monti con una frase del tipo che ciò che fa bene ai giovani fa bene all'Italia. E che la mancanza di innovazione in tanti settori sia legata al non rinnovamento delle energie lo ha ricordato recentemente pure il presidente della Bce Mario Draghi, che ha specificato come anche quando i ragazzi vengono presi restano sottoutilizzati in posizioni prive di valore aggiunto per l'impresa. E già tempo fa l'economista del lavoro Tito Boeri scriveva che «L’economia ristagna perché non valorizza i giovani, li sacrifica, rinuncia alla loro intelligenza, alla disponibilità al rischio. Ovunque, nel mondo del lavoro, nella politica, nell’università, di fronte ai giovani si organizzano forme di autoprotezione, di sbarramento».
E allora che fare?  «Il potere diffuso della rete puó aiutare la trasparenza, il ricambio generazionale e perfino il merito», ha spiegato pochi giorni fa il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli nell'ultima lezione del ciclo L'Italia dopo l'Italia della Laterza nella chiesa di Santa Maria delle grazie a Milano. Il tema era quello della classe dirigente. «La nostra – ha lamentato De Bortoli – è a sesso unico e a ricambio ventennale, infatti anche la politica va a ventenni». Eppure il ricambio è difficile perché «Stiamo diventando un paese di pigri mentali, di pantofolai. Prada e Armani sono un'eccezione non la regola». Un'analisi dura che fa il paio con quanto già detto sull'argomento da De Bortoli alcuni anni fa in un'altra occasione simile: «I giovani si devono ribellare ad un paese governato da anziani che gli fanno pagare tutti i loro guai».
Insomma, per due professionisti dell'informazione, cui certo non manca una visione privilegiata della situazione nostrana, i giovani devono mettere i piedi nel piatto prima delle prossime elezioni. Anche partiti vecchi e nuovi sembrano lavorare a maggiori spazi, quasi delle quote giovani, per ammortizzare questa crescente necessità e pure progetti giornalistici come Pubblico di Luca Telese si fondano «contro i babbioni». Perché neppure il governo Monti, che pure ne ha fatto una bandiera, sta davvero aprendo ai giovani fin in fondo la strada.

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