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I nuovi cheeseburgerari, ecco l’atto politico dei giovani italiani

Non si arresta il nascere di cheeseburgerari di qualità. Li chiamiamo così perché non sono i fast food degli Anni 90, il Burghy o il McDonald's su cui le mamme e le nonne non erano d'accordo. O i Burger king e i Kentucky fried chicken declinati, obbligati a cambiare, a nascondere la parola fried dietro la sigla Kfc in osseguio alla leggerezza. I nuovi cheeseburgerari sono invece negozi di hamburger più (a Torino) o meno (a Milano) direttamente collegati ai produttori di carne. E' il caso del Mac bun e de La Granda nel primo caso e di una sfilza di nuovi posti a Milano nel secondo. Anche a Torino ci sono tanti negozietti buoni per il cheeseburger però a Milano proliferano particolarmente.
Ci sono quelli con qualche sgabello e via, come il nuovissimo e buonissimo 202 Hamburger & delicious, in Ticinese, oppure Trita, meno valido. Ci sono i posti dove ci si siede, l'ultimo è il Visconti street food, nato da una costola dell'adiacente Taverna Visconti, affatto male ma il cheeseburger è migliorabile. C'è Al mercato, che è un ristorante dalle legittime ambizioni stellate e per metà un burger bar di qualità con cucina a vista: molto giovane, molto piccolo, un po' scomodo, un po' caro. Più americano, fin dalla proprietà, è Tizzy's sui Navigli, affatto male. Ma perché, invece, tanti posti di proprietà italiana, spesso giovane, ambiscono al cheeseburger? Dal vecchio California bakery, complesso e articolato, recentemente allargatosi col negozio The bagel factory, a Ham holy burger, Burger wave, Calù, Item, per non citare ristoranti come Mucche e buoi e Original pizza ok che fanno dell'hamburger impaninato e più o meno condito un piatto forte. Insomma, attenzione perché il cheeseburger ci sta raccontando qualcosa di noi, di che direzione prendono i nostri gusti. 
Siamo più americani ma con attenzione ai dettagli, dunque europei. Ed è una gara capire chi influenza di più chi. Certo è che lo street food, cui l'organizzazione francese Le fooding dedica il suo evento annuale dal 4 al 5 luglio a Milano, da noi cerca sempre di trovare un tavolo per accomodarsi. La carne pretende di essere di razza piemontese, la salsa gentile, il pomodoro bio. Non solo. Il panino del dopolavoro si mangia più tardi, e questi posti infatti chiudono tutti dopo le 22, ma è meno sfigato. Non è più un panino qualsiasi. E' scelto. E' il meglio. E' il nuovo pasta e carne consolatorio nel paese della pasta al ragù. E' la declinazione positiva e nazionale della globalizzazione. Ancora. Questi posti spesso si chiamano in inglese. Rappresentano il provincialismo di copiare il pasta e carne, in realtà inventati qui, ma anche l'aspirazione al viaggio stando fermi. All'espatriare senza tradire. Pure in questo il cheeseburger, in un momento di difficoltà italiana, ci racconta di noi, della nostra voglia di conquistare l'America, ma l'America qua, l'AmeriQua come nel titolo del film di Bobby Kennedy. Rappresentando in fondo un fenomeno paragonabile alle start up tecnologiche. Il fiorire di negozi di cheeseburger infatti è vitalità, corrispondenza col mondo, copiatura in meglio. E' lo sfogo di giovani senza altre prospettive e cresciuti al proibito del Burghy ma consapevoli che quel passato poteva e doveva essere mediato e infine arricchito con la cultura delle mamme e delle nonne. Ecco perché i cheeseburgerari sono un fatto d'amore e politica, di famiglia e di paese tutto. E il food street all'italiana pur allargandosi non scende mai in piazza, non cammina davvero per strada. Come ogni rivoluzione nostrana, preferisce stare seduta. Intrattenuta dall'alta qualità degli ingredienti.

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