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Pisapia si racconta dopo il primo anno: “Fossi in Formigoni mi dimetterei”

A
intervistare questo sindaco di Milano si va in bici. La si lega in piazza della
Scala, si sale lo scalone e ci si siede nella Sala dell’orologio ad aspettare
che Giuliano Pisapia, 63 anni, apra la porta del suo studio. Succede quasi
subito e l’intervista viene ritmata del jazz che sale dalla piazza San Fedele
sul retro di Palazzo Marino. Sulla scrivania del sindaco molte carte, il pc e
una tv accesa sul Tg 3 regionale.
Lei a Milano ha aperto
il registro delle unioni di fatto. Vuole dare un segnale?
Penso
sia importante nell’ambito dei poteri di un sindaco trattare tutti ugualmente.
Era nel programma elettorale e sono contento di aver approvato il registro poco
dopo la scadenza del mio primo anno. Spero sia un segnale al Parlamento perché
riconosca giuridicamente le coppie di fatto. Al tempo sono stato relatore alla
Camera di una legge in tal senso. E nel programma dell’Unione scritto in questo
punto con Francesco Bonito del Pd, e firmato da tutti i segretari di partito,
era prevista la parità giuridica.
Uno si iscrive al suo registro
e che succede?
Già
per alcuni bandi sui servizi sociali avevamo parificato le coppie di fatto a
altre famiglie ma ogni volta bisognava dimostrare la propria situazione. Il
registro è un punto fermo.
Lei è anche per i
matrimoni omosessuali?
Sì,
ma confrontandomi con gli esperti ho capito che ci vuole una modifica
costituzionale. La carta non parla di maschio e femmina ma perché non si
prevedeva il caso dei gay. Dunque sono favorevole ma anche consapevole che
serve una maggioranza ampia e poi ci può essere un referendum come in Svizzera,
che come ha raccontato Pubblico può essere utile per una conferma popolare.
E’ anche per
l’adozione?
Certo,
ottimi genitori possono essere sia gli etero che gli omosessuali. E non va
dimenticato che prima dell’affido c’è una verifica del Tribunale dei minori.
Lei è il sindaco delle
bici. Anni fa non se ne vedeva una, oggi la usano in tanti. Si nota la
differenza. Pavimentazione, rotaie del tram e pochi spazi dedicati restano un
problema però.
E’
uno dei temi cui tengo di più. Le piste ciclabili costano e devono avere una
continuità. Milano aspetta molti lavori, metropolitane e teleriscaldamento per
esempio, per cui il ritardo rispetto alle aspettative è perché è inutile fare
piste dove a breve apriremo cantieri. Allora abbiamo investito sul bike sharing
e sui nuovi posteggi sicuri. Qui più che nel resto d’Italia sono aumentate le
vendite di bici.
E per la pavimentazione
è in programma qualcosa?
E’
un problema grosso ma superabile. Il pavè è una caratteristica di Milano. Ogni
volta che si interviene ci vuole l’autorizzazione dei Beni culturali. Altro
problema è quello delle rotaie: eliminarle ha un costo enorme. Dunque al
momento pensiamo a più piste ciclabili che uniscano il centro alla periferia.
Area C non le sembra funzionare
un po’ a singhiozzo?
E’
una lunga sperimentazione. L’ingresso costa 5 euro, scontato a 3 per artigiani
e commercianti. Poi ci sono delle convenzioni. Per esempio i residenti hanno diritto
a 40 ingressi gratuiti perché gli studi dimostrano che il 68 per cento di essi
resta entro quel numero di passaggi.
Ma lei che è un
liberale di sinistra… Anzi, come si definisce?
Di
sinistra. Credo che uno di sinistra debba essere anche liberale.
E non trova illiberale
che chi abita in centro e voglia usare la sua auto per uscirne più di 40 volte
all’anno debba pagare?
No
la città è un bene pubblico. Chi risiede in centro ha dei vantaggi da Area C.
Per esempio il valore degli immobili aumenta, il traffico diminuisce, lo smog
pure. Ci dev’essere una compensazione. E anche chi va alla casa al mare paga
l’autostrada per andare e tornare. Chi ha dei vantaggi è giusto che
contribuisca.
E’ un’utopia una città
senza strisce di parcheggio, dunque meno multe, e in cui è semplicemente
conveniente prendere i mezzi pubblici?
Sì.
Una delle decisioni che ho preso è che tutti i guadagni da Area C vengano
reinvestiti nel trasporto pubblico. Pagare un pedaggio rispetto all’uso della
città porta dunque a un vantaggio collettivo. Non si riuscirebbe a migliorare i
servizi pubblici altrimenti. Le multe sono un introito notevole ma teorico
perché oltre il 60 per cento fa ricorso e a causa dei tempi vengono annullate.
Quali sono i grandi
progetti per Milano dopo un anno e due mesi che lei è sindaco?
Tre
sfide. Governare bene la città e dimostrare che si può anche per il
centrosinistra. Poi la città metropolitana, che dopo tanti anni esiste pure
giuridicamente. Terzo, l’Expo 2015.
Cos’è la città
metropolitana?
Ogni
giorno è come se più che Bologna entrasse a Milano. Bisogna fare in modo che
avvenga sempre più coi mezzi pubblici. Il futuro sindaco di Milano dovrà
potenziare queste reti. Abbiamo già progettato quattro parcheggi di
interscambio attorno alla città, un nuovo treno pendolari da Varese. Un sindaco
unico per tutto il territorio attorno a Milano può incidere di più. Per esempio
sullo smog, su cui incidono auto e riscaldamento, un’azione più larga è
indispensabile. Stiamo lavorando molto sul teleriscaldamento, che crea disagi
momentanei come le buche nelle strade ma poi non inquina.
Lei dice il futuro
sindaco… non si ricandiderà?
Mi
avvalgo della facoltà di non rispondere.
E se le dico Expo?
E’
una delle tre sfide. Mancano mille giorni. Ce la possiamo fare. In un mio
viaggio in Israele e Palestina ho capito che c’è più interesse per Expo
all’estero che in Italia. Così come Comune, superati i problemi del sito di
Expo, puntiamo a fare di Milano il centro di dibattito mondiale su temi come
nutrizione, acqua, beni comune e energie rinnovabili. Poi nell’area rimarrà una
città della tecnologia e a fianco un luogo di sport e musica, un grande stadio
per feste e concerti senza disturbare.
La grande Biblioteca
europea viene costruita?
E’
di questi giorni la notizia che il governo stanzierà i fondi anche se
ridimensionati a 80 milioni.
Come funziona l’Oca, le
Officine creative Ansaldo in risposta a Macao?
Iniziano
sei mesi di sperimentazione con spazi per chi ha progetti culturali. Il comune
non coordina, mantiene solo la struttura, per il resto ci sarà una commissione
con personaggi del livello di Dario Fo.
Macao non ha aderito e
ha occupato l’ex Macello di viale Molise.
Mi
dispiace che non sia entrato in questo progetto perché lo avrebbe arricchito. Occupare
spazi pubblici o privati è illegale. Mettersi a confronto con altri che
vogliono progettare una Milano migliore sarebbe stato un vantaggio per tutti.
Macao sottolinea
l’abbandono di tanti spazi a Milano. Perché?
Ci
sono tanti immobili privati non utilizzati. Abbiamo molti limiti per
intervenire ma per esempio non daremo la possibilità di fare nuove costruzioni
a chi già ne possiede di vuote. Era il caso del primo palazzo occupato di Macao
(la Torre Galfa di proprietà di Fondiaria dei Ligresti, ndr). Di spazi del
comune ce ne sono tanti da ristrutturare. Abbiamo avviato un monitoraggio.
Alcuni in periferia li abbiamo messi a disposizione come luoghi di incubazione
o culturali. Per esempio a Quarto Oggiaro.
E venderli?
Molti
non sono da vendere e comunque non è facile perché alcuni immobili belli del
comune dati a un fondo dalla precedente amministrazione sono invenduti da 7
anni.
A Milano si sente meno
la crisi?
Rispetto
a certe zone del sud certo. Ma la richiesta d’aiuto cresce esponenzialmente, abbiamo
aperto un fondo anticrisi e un’offerta di microcredito. Nella mia giornata sento
moltissimo la crisi, la mia campagna elettorale ha creato tante aspettative, mi
sono trovato un buco di 500 milioni, continui tagli agli enti locali, dunque la
difficoltà a dare risposte c’è. Credo di aver dato segnali forti però, dai diritti
civili ai bisogni di singoli e piccole imprese.
Dal governo Monti si
aspetta qualcosa?
No,
ha dato disponibilità di fondi sulla cultura e molta attenzione a Expo 2015
dopo il segnale delle mie quasi dimissioni da commissario straordinario. Penso
abbia capito che può essere il primo grande evento del dopo crisi non solo per
Milano. Una sfida enorme. Anche perché bisogna sopperire al lavoro malfatto
dell’amministrazione precedente.
Che però l’ha ottenuto.
Do
atto, anche se soprattutto c’era il governo Prodi. E la giunta Moratti l’ha
ottenuto ma poi ha litigato per due anni e mezzo comportando ritardi.
Non le faccio una
domanda sulla sicurezza per risparmiare tempo. Invece le chiedo del wifi che
non c’è. L’aveva promesso entro i primi 100 giorni!
Adesso
c’è.
Scusi sul mio pc mica
vedo il wifi del comune di Milano.
No,
sono sicurissimo che c’è. Report settimanali mi dicono che va pure bene. Non è
mai stato detto che funzionasse nelle case, ma nelle piazze, nei giardini,
nelle fermate della metro. E le do un’anteprima: presto metteremo sul sito del
Comune l’open data, tutte le informazioni sull’amministrazione pubblica.
Senta, lei immagina
Milano collegata a Torino e Venezia, la Milania immaginata dal suo grande
elettore Bassetti?
E’
la grande idea della città glocale. Sì la vedo soprattutto con Torino. Non una
città orizzontale vera e propria ma una rete facilitata da sindaci di
centrosinistra a Torino, Genova e Venezia. Per esempio la Biennale di Venezia
darà un contributo forte sui temi di Expo. Però non penso troppo al futuro
perché ho il compito di governare ora per cinque anni.
Malpensa e Linate
restano aperti entrambi?
Sicuramente.
Il problema è vedere dal piano industriale che presenterà la società che li
gestisce come superare la situazione per cui Linate guadagna passeggeri e molti
di essi passano di lì per andare a Parigi, a Amsterdam, a Francoforte per
prendere compagnie non italiane. Linate deve specializzarsi come aeroporto
nazionale e Malpensa deve diventare più internazionale.
Il suo assessore al
Bilancio Bruno Tabacci si dimetterà per partecipare alle primarie?
No,
se ci saranno le primarie restituiràm le deleghe per un mese al sindaco. Che
potrebbe tenerle per sé.
Cioè a lei. Ma anche l’assessore
alla Cultura Stefano Boeri si candiderà alle primarie?
Dovrebbe
domandarlo a lui.
Lei rischia di
prendersi un sacco di deleghe.
Non
mi ha ancora detto nulla. Aspetta le regole delle primarie per decidere.
Ma il suo rapporto con
Boeri è problematico?
E’
stato problematico. Adesso non più. Lui aveva una visione individualistica, io
credo che la giunta sia un collettivo in cui quando si decide dopo un confronto
poi c’è un’idea sola. La scintilla scattò sulla destinazione di uno spazio a
ong e associazioni o meno.
Lei non è iscritto a
Sel.
No.
Ho grande amicizia e stima di Nichi Vendola, ma sono stato sempre eletto come
parlamentare indipendente con Rifondazione comunista.
Ma Sel in coalizione
con l’Udc la vede?
No,
credo ci voglia una coalizione di centrosinistra.
Però a Milano lei
governa con Tabacci, ex Udc, e l’ha appoggiata Bassetti, primo presidente della
Lombardia dc.
Tabacci
è uscito da anni dall’Udc e dice che la nostra è una giunta di sinistracentro.
Ma un conto sono i moderati che hanno capito di dover uscire dai vecchi schemi,
altro è l’Udc.
Perché l’Udc no?
Su
alcuni temi fondamentali, dalle unioni civili al giudizio sul governo Monti, ha
posizioni diverse.
Se dovesse dare un
consiglio a Bersani?
La
maggioranza di Milano mi piace moltissimo.
Cioè Pd, Sel, Radicali,
due liste civiche e… Di Pietro?
Lui
è un problema perché gli elettori dell’Idv si vedono in una coalizione di
centrosinistra ma lui deve porre fine a certi attacchi e linguaggi e avere più
senso dello stato.
Dunque Bersani secondo
lei dovrebbe rivolgersi più a lui che all’Udc.
L’Udc
non è di centrosinistra. Però non bisogna commettere l’errore di pensare Pd più
Sel più qualcun altro e si vince. Non ho fatto così a Milano, ma un progetto,
un programma con tutti quelli che ci stavano e le primarie di coalizione per
allargare il fronte. Dunque o l’Udc rinuncia al grande centro, modera alcune
idee e entra in questa competizione partecipando pure alle primarie oppure non
può far parte del centrosinistra.
E senza l’Udc il
centrosinistra può vincere?
Sì,
ma dipende dalla legge elettorale.
Senta, lo sa che ci
sono delle «sciure» che la considerano comunista e terrorista. Le è mai
capitato di incontrarle?
Certo.
Un mio amico in tram ha sentito due signore che dicevano: Pisapia si paga
l’amante con la tassa sui rifiuti. Allora, non ho l’amante e i soldi delle tasse
si sa dove vanno. Sono pregiudizi. E sul terrorismo ci sono delle sentenze
definitive che dicono che non è vero. Poi purtroppo Milano è l’unica città
d’Italia in cui due giornali con le pagine locali coprono di insulti il
sindaco. Posso però dire che da quando sono sindaco molti ambienti hanno
cambiato idea su di me? Condividono o meno le mie idee ma mi invitano dal
Rotary ai centri sociali. Anche perché io mi presento per quel che sono, uno
che lavora nell’interesse collettivo ma senza nascondere di essere di sinistra,
come invece è successo spesso ai nostri governi.
Ma lei è mai stato
comunista?
Credo
per sei mesi quando avevo 18 anni. Dopo no.
La sinistra in Italia
non le sembra rimasta indietro? Come la si ammoderna?
Un
esempio è il garantismo, uno dei motivi per cui io sono apprezzato. In generale
se si fanno proposte anche antagoniste ma concrete, nell’ambito della legalità,
è positivo; se invece come succede ancora la contrapposizione resta su motivi
ideologici non c’è presente e futuro.
Mesi fa da Milano lei
mise in guardia sul fatto che Berlusconi si stesse riorganizzando.
Lo
temevo ma avvicinandosi le elezioni e dopo quel che è successo in Lombardia e
nel Lazio non ha molte possibilità. Si ricandiderà per avere un ruolo di
opposizione che gli dia garanzie.
La Milano berlusconiana
c’è ancora?
No,
non è più possibile ciò che avveniva. Forse prima certi poteri ottenevano
qualcosa, ora sono trattati come tutti e c’è più attenzione che eventuali
progetti non nascondano seconde finalità.
Se fosse al posto di
Formigoni si dimetterebbe?
Sì,
ma c’è un problema grave di cui discutevo l’altro giorno con Gabriele Albertini
presentando il suo libro…
Che tra l’altro si
candida al dopo Formigoni?
Alla
regione… può essere… lui è stato vago.
Sarebbe un buon candidato?
L’altro
giorno ho detto che sarebbe meglio di Formigoni. Che non dico sia colpevole ma
certamente in questa situazione non è più in grado di lavorare bene… questo è
il problema grave.
E se fosse a Torino
come si comporterebbe con Marchionne?
Sarei
molto duro. Gli direi che non può pensare di trattare l’Italia come uno
straccio secondo interessi privati.

twitter @rigatells

(Questa è la versione integrale di un'intervista apparsa su Pubblico)