Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Dworkin: Vi racconto la filosofia di Obama

DworkinQuando a fine novembre al Quirinale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli ha consegnato il Premio Balzan 2012 si è avvicinato all’orecchio di Ronald Dworkin per sussurrargli che pure il figlio Giulio da giurista ha studiato i suoi libri di Filosofia del diritto. Con Rawls, Nagel e Senn si tratta infatti di uno dei liberali sociali più rilevanti, quei teorici della giustizia pubblica cui si oppongono i Nozick diAnarchia, stato e utopia, i liberali libertari per la giustizia nelle proprietà, con stato minimo e spazio di scelte individuale massimo. O gli ancora più anarcocapitalisti Rothbard e Friedman. Incontrare dunque Dworkin, già professore a Yale, Oxford, New York e ora emerito all’University college di Londra, significa confrontarsi col pensiero politico liberal rilevante nelle grandi università anglosassoni e con la riconferma di Obama ancora nell’amministrazione statunitense.
Tra l’altro sia Dworkin che il presidente degli Stati Uniti si sono formati come giuristi a Harvard. «Anche se a distanza di decenni – scherza il filosofo a 82 anni bevendo un caffè all’Hotel Hassler sopra piazza di Spagna a Roma -. Obama l’ho incontrato alcune volte e penso sia d’accordo con me su molte questioni. Per esempio su Keynes. Non lo ha mai citato in campagna elettorale per evitare polemiche, ma ne seguirà i dettami. Anche se il debito pubblico è molto alto il presidente investirà in infrastrutture e per migliorare le condizioni degli americani. Non la darà vinta all’austerity. Detto questo, il cambiamento non sarà radicale. Si rimetteranno solo le tasse ai ricchi come ai tempi di Clinton per finanziare un po’ la spesa pubblica».
Cambiamento è stata una parola molto usata da Obama, così come le promesse da tutti i politici per suscitare la speranza. Ma un filosofo ci crede ancora? «La notte delle elezioni ho puntato la sveglia alle 4. Ho letto “Obama wins” sulla tv, una buona notizia per gli Stati Uniti e per il mondo. I repubblicani sono ancora troppo fanatici, devono rigenerare un gruppo dirigente più cooperativo e moderato. E’ vero che i politici fanno promesse, è parte del loro lavoro. Ma Obama ha provato a svolgere anche l’altra metà del compito. I repubblicani lo hanno accusato di non aver combinato niente. Eppure è riuscito in ciò che i democratici promettevano dai tempi di Roosevelt: la riforma sanitaria. Ha salvato il settore auto durante la peggiore crisi economica. E in politica estera non ha promesso nulla eppure si è mosso parecchio. Come dicevo, il cambiamento va realizzato piano piano ma col movimento».
La discussione sulle diverse opzioni di uscita dalla crisi è anche per Dworkin la prova che «esistono ancora destra e sinistra. In ogni paese assume tinte diverse. Negli Stati Uniti sull’uso della spesa, in Francia similmente sulle tasse ai ricchi, in Grecia sulla permanenza o meno in Ue, forse lo stesso in Germania, in Italia… fino a poco tempo fa era sullo stare con o contro Berlusconi, ma ora lui è finito».
Negli anni di Bush, Dworkin è stato un grande avversario della limitazione dei diritti civili per ragioni di antiterrorismo. Viene da domandargli se possa accadere qualcosa di analogo, magari riguardo i diritti del lavoro, a causa della crisi. «Negli anni della guerra illegale di Bush, la Corte suprema americana era assai conservatrice. Questa la ragione della mia polemica. Per fortuna Obama ha potuto nominare due nuovi giudici e migliorarne l’orientamento. Sulla crisi non vedo particolari rischi. L’economia americana è in crescita, la disoccupazione cala. E in ogni caso la mentalità americana è diversa da quella europea o asiatica: nessuno dirà mai tagliamo i diritti del lavoro perché cala il pil».
Più del giuslavorismo i diritti del futuro per Dworkin sono invece quelli dell’infanzia, di sicurezza (per l’esplosione dell’elettronica) e di internet (per la possibilità di firmare e autorizzare operazioni personali). Secondo il filosofo, che richiesto di nominare un brillante allievo da tenere d’occhio cita Liam Murphy della New York University, in cambiamento è anche «il rapporto tra libertà di parola e politica. Più si parla e maggiore è la quantità di informazioni, dunque le decisioni da prendere. In sintesi, le parole sono tempo e soldi. Occorre trovare il modo di usarle per servire la democrazia e non per corromperla».
Per quanto Dworkin sia un filosofo del diritto, ritiene questa materia strettamente connessa alla politica e dal suo modo di parlare anche alla letteratura. «Ogni bambino si domanda da dove veniamo e dove andremo – descrive l’inizio della sua passione filosofica -, ma da piccolo volevo studiare Lettere a Harvard, e così ho fatto, per poi passare a Filosofia e infine a Legge. Penso di avere sempre coltivato tutti questi interessi». E la filosofia personale di Dworkin qual è? «Non si rispettano gli altri senza riconoscere prima la propria umanità. Questo dà la responsabilità. E quando la si esaudisce si è sereni. La felicità è un aspetto della vita, ma non è tutto. Molti si complicano solo l’esistenza per diventare felici».
Parlando di sé Dworkin si definisce «europeo». E’ stato da poco a cena a Monaco con Jurgen Habermas, il filosofo erede della Scuola di Francoforte, con cui ha parlato della necessità di una novità costituzionale comunitaria. Solo che un referendum popolare non funzionerebbe nel supportarla e l’unica strada percorribile parrebbe allora quella tecnocratica. Almeno fino a «una nuova generazione di europei entusiasti». Ma i giovani non sono l’unico motivo di speranza per Dworkin. Che ricorda un meccanismo basilare della democrazia che se applicato alle clientele italiane e alle infiltrazioni della criminalità organizzata rende ottimisti: «Le persone non danno soldi ai politici perché comprino i loro voti. Se no li investirebbero in banca».

twitter @rigatells