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Su Andreotti non tutto è nero quel che è buio

Impersonificava
il potere e questo in un paese dalla democrazia bloccata e pieno di rancori non
ha giovato. Stava dietro ai più grandi misteri d’Italia, il che ha regalato
materiale ai complottisti. Era molto legato al Vaticano e agli Stati Uniti, in
quest’ordine, per cui era pacifista e filoarabo. E se si vuole stare attenti,
da qui iniziano le discrepanze tra l’immagine di Belzebù e la realtà di uno
statista che aveva quantomeno comportamenti impeccabili rispetto a quelli dell’epoca
berlusconiana successiva e probabilmente anche molti contenuti politici difendibili.
Il dibattito se Andreotti sia stato Andreotti per difendere lo stato oppure per
mantenere se stesso e la sua corrente della Democrazia cristiana al posto dello
stato rimarrà eterno. E non si troverà certo qui una parola conclusiva.
Ma
oltre alle morti eccellenti (Moro, Dalla Chiesa, Ambrosoli, Sindona, Calvi, Lima), ai segreti quasi coltivati
come vezzo, alla collusione con la mafia scritta in una sentenza per
prescrizione, c’è indubbiamente da fare i conti con un gigante della politica
romana. Andreotti è stato per molti versi il Divo ritratto macchiettisticamente da Paolo Sorrentino
e di cui qui sotto ricordiamo la significativa scena dell'intervista con Eugenio Scalfari, ma è stato
pure l’uomo ironico e affidabile che ha garantito all’Italia una stabilità non
scontata. Di origini umili, andava a messa tutti i giorni, portava in tasca
buste da diecimila lire per chi gli chiedeva aiuto e secondo la famosa battuta
parlava col prete mentre De Gasperi (che pure lo scelse come segretario) con
Dio. 
Perfidie
a parte, non si può accennare seriamente ad Andreotti senza contestualizzarlo
in quel mondo tra Ovest ed Est, di un paese povero del dopoguerra, di un modo
di fare politica più grigio forse e più silenzioso, pensiamo oggi, ma
certamente lontanissimo. E solo col metro di allora va valutato.
A
chi scrive fu domandato qualche anno fa da La Stampa di telefonare all’allora
senatore a vita Giulio Andreotti per preparare un articolo a più voci su Fidel
Castro. Pietro Ingrao, interpellato per la stessa ricerca, apparve molto meno
lucido sull’argomento. Invece Andreotti fu assai spiritoso. Iniziò augurandosi
che «Dio conservi Castro a lungo, perché la successione a un regime nato dalla
corruzione non è facile» per poi aggiungere che la sua soluzione per Cuba era
«una sintesi tra la situazione precedente a Fidel e ciò che lui ha fatto di
positivo», mentre su gioventù e potere, argomento dell’articolo, contestualizzava:
«Io avevo di fronte il comunismo europeo, lui si trovava il regime di Batista:
non gli fu facile prendere il potere. Certo, l'età deve aver influito nelle sue
scelte, ma ciò che conta è come nasce la passione politica. Per questo ho
sempre avuto un occhio benevolo per lui e, quando ci conoscemmo, mi diede molte
ragioni perché avevo studiato alla scuola pubblica, mentre lui dai Gesuiti».
Ecco la battuta, lo scavalcare a sinistra, il gusto della polemica velata.
Tutte capacità perdute. Bastano a farci rimpiangere un uomo che appunto ha
impersonificato il potere in un paese in cui il potere non è stato utilizzato
al meglio?
E’
una domanda complicata, e qui si tiene solo a concludere questo. E a ricordare
quella telefonata che ci fece pensare molto e resta un ricordo. Quando squillò
il telefono in casa Andreotti, quella sera di qualche anno fa, rispose la
moglie Livia. Erano le 20 meno qualche minuto. Lei garbatamente appoggiò la cornetta
sul tavolino e chiamò: «Giulio! Ti vogliono!». Si sentì il risuonare in un
ambiente ovattato, come lo sono le case degli anziani all’ora di cena, di una
forchetta appoggiarsi su un piatto e di una sedia tirarsi indietro. Pochi
istanti e: «Pronto, chi parla? Scusi ero già a tavola, ma mi dica pure: non mi
disturba affatto». Comunque sia, altri tempi.

twitter @rigatells