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Gatsby, il film non riuscito che mostra l’amore

«Coltivava
la speranza più di chiunque altro». Inizia con l’elogio di una dote oggi poco
di moda il ritratto de Il grande Gatsby di Baz Luhrmann. Un film decisamente sull’amore, tratto dal libro di Scott Fitzgerald (parecchi dicono maltrattato) pieno di
scene sfarzose (troppe) e frasi da segnare come «Adoro le grandi feste: sono
così intime, in quelle piccole non c’è nessuna privacy» o «New York dal
Queensbridge è sempre la città vista come la prima volta, nella sua sfrenata
promessa di tutta la bellezza del mondo» o ancora «Ho sempre saputo che avrei
potuto elevarmi, ma solo se mi fossi elevato da solo».
Quest’ultima
frase introduce a un tema forse importante. Il film è uno sfoggio di bei
vestiti, auto, case, abitudini. Non solo beni costosi, ma accessori che bisogna
saper scegliere. Gatsby impara l’arte del bello da un milionario cui salva la
vita. E la applica per riconquistare l’amata perduta. Lasciamo stare che Gatsby parta povero e diventi ricco e che a spingerlo sia sempre la ricerca di lei, concentriamoci sul fatto che a un certo punto sia assai benestante e di gran gusto. Ebbene, per sé sceglie
una ragazza ricca non per i soldi – né prima né mai – ma per vivere con
lei un sentimento di amore e bellezza che per forza di cose costa e viene dalla ricchezza: bei
vestiti, auto, case e abitudini appunto. Il suo trasporto è totalmente disinteressato eppure di alto livello. Gatsby è un ricco o un nuovo ricco che crede nell’amore
puro e, osiamo, nell'amore di classe. Ci spera più di chiunque altro, come rivela la frase iniziale. Non cerca una ragazza modesta, una Sabrina.
Ma una all’altezza per abitudini e gusto. Ricchezza e amore insomma nel film
hanno dignità.
E
Gatsby è talmente convinto di lei fin da subito da presentarla con un’altra
frase da segnare: «Sapevo che se l’avessi baciata sarei stato sempre sposato a
lei. Per questo mi fermai». Ovviamente i due hanno poi modo di prendersi, di
lasciarsi e di riprendersi fino al finale che non raccontiamo. Anche se va
segnalata almeno la memorabile scena nella casa dell’amico, vicino di casa e
narratore (Tobey Maguire, già Spiderman): fiorita, divertente, con colpo di
scena e primi piani da grandi attori per i protagonisti Leonardo di Caprio e
Carey Mulligan, anche se onestamente Nicole Kidman in Moulin rouge (altro film
di Luhrman) era un’altra cosa.
Amore
e interpretazioni a parte però il film non funziona. Intanto
nella seconda metà si perde e poi ci sono troppi effetti speciali fini a se
stessi. Il grande Gatsby parte in impennata, prima stupisce, poi
rintontisce, infine rischia di annoiare con infinite scene opulente, giochi di immagini
e canzoni anni ‘20 attualizzate e altre nuove invecchiate. Paradossalmente, questa struttura del film ricorda cosa pensiamo troppo spesso oggi dell'amore. Al contrario di Gatsby, lo consideriamo ormai un’illusione
che stupisce, ossessiona e si gonfia dentro più che fuori di noi, fino a
scoppiare senza lasciare traccia. L’amore vero invece dura perché ha una sua solidità
profonda. Cresce piano, quasi che non ce ne accorgiamo. E’ una cosa semplice,
quotidiana, di vicinanza, è fare la spesa insieme, scoprire di poter essere
aiutati, condividere interessi, è la prima telefonata quando succede qualcosa
da raccontare, è un progetto di vita che cresce spontaneamente. In Gatsby non c’è tutta questa serenità, che forse possiamo avere noi ora, ma c’è un disinteresse e un buon gusto antico,
che un po’ abbiamo perso, e senza cui la nostra tranquillità rischia di restare
egoisticamente solo per noi stessi invece di baciare il mondo.

twitter @rigatells