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La grande bruttezza di Sorrentino

Il problema de La grande bellezza di Paolo Sorrentino sono le terrazze. Di solito un film rischia di annoiare dopo la metà, invece questo già nelle prime scene e in una cena iniziale la tira lunga. Poi tutta la pellicola rimane vittima di ciò che il regista prova a scimmiottare. Appunto le feste e le chiacchiere sulle terrazze romane.
Certo un film del genere, unico vanto italiano a Cannes, va visto attentamente. Non
sfuggono così le belle di queste feste che non sono mai belle veramente, la frase per cui il protagonista Jep Gambardella era destinato fin da piccolo alla sensibilità poiché alla vagina preferiva l’odore delle case dei vecchi, la donna che si schianta come metafora della sinistra e che urla «Io non mi amo», la borsa con le chiavi dei palazzi con vista di Roma, l’incontro rapido notturno con una bionda Fanny Ardant. Tutte scene che o provano a descrivere la meraviglia della città eterna, come vedremo senza andare a fondo, o sono una continua presa in giro di una classe intellettuale fallita perché non cambia mai aria. La pseudoartista, la direttrice di giornale, la bambina che dipinge arte contemporanea e tutti gli altri personaggi del film non sono solo animali da circo in libera uscita, ma mostrano un quadro d’insieme scoraggiante.
Ed è forse qui che manca qualcosa. La sequenza di orrori romani attraverso cui passa il protagonista Gambardella vuole dimostrare la vacuità di certi ambienti di questi tempi ma finisce per rovinare per esagerazione e ridondanza il film che li ritrae. La grande bellezza diventa così una grande bruttezza. «Roma mi ha molto deluso», dice il personaggio di Carlo Verdone, inutilmente camuffato con baffi e occhiali perché non sembri lui, ma la capitale rimane sullo sfondo.
E viene da pensare che a mostrarla di più il film avrebbe guadagnato in autenticità, in senso e appunto in bellezza. La dolce vita mostra gli angoli nascosti di Roma e del suo tempo. La grande bellezza riprende quell’esperienza commettendo l’errore di non mostrare la capitale e lo stridore tra i suoi diversi mondi, preferendo inventare e così perdendosi tra le nuvole.
Insomma sono tanti i punti che non tornano di questo film. Tra le attrici per esempio
si salva Isabella Ferrari, che riprende quota dopo il disastro di E la chiamano estate. Mentre a Sabrina Ferilli, che pure non demerita, è affidato un ruolo non sempre necessario. Nel finale, la scena dei conti a noleggio e della cena col grande attore Roberto Herlitzka che fa il cardinale regala una botta d’allegria, ma non basta a risollevare un film non riuscito e ammazzato totalmente dalla chiusura con la Santa e i fenicotteri (finti).
Anche il protagonista, cui vanno due parole, è fuori fase. Toni Servillo è bravissimo, ma gli manca una sceneggiatura in cui muoversi sensatamente. Resta solo la sua interpretazione e qualche battuta. Come quando dice «Una bella donna alla mia età non è abbastanza» o «Lei pensa che tutti gli uomini che la avvicinano vogliano portarla a letto. Non immagina che qualcuno possa essere mosso da una semplice, sana, curiosità umana», al che il personaggio di Sabrina Ferilli risponde: «A me non è mai capitato». E lui: «Ora le è capitato».
Al di là dei tanti peccati del film, Servillo si dimostra davvero portato per interpretare questo ex scrittore mondano cui tutti domandano come mai non scriva un secondo libro. «Perché so’ uscito troppo spesso la sera», risponde a un certo punto con un imprecisato quanto immotivato accento meridionale. E così viene da desiderarlo nel cinepanettone accanto a De Sica. Se ha sopportato le tante pubblicità ineleganti che sbucano ne La grande bellezza può affrontare anche i marchettoni di Vacanze di Natale.

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