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Che stile questo Scola su Fellini

Sì d’accordo c’è un po’ troppo Scola in questo Che strano
chiamarsi Federico
, ma avercene di film fatti così. Che mano, che grazia, che
racconto chiaro! Girato al Teatro 5 da un maestro del cinema in ossequio al grandissimo, Che strano chiamarsi Federico è inaspettatamente un film sul giornalismo. Vive tutto o
quasi nella redazione del Marc’Aurelio, dove il diciannovenne riminese Fellini
va a trovare il direttore Vito De Bellis per cominciare a pubblicare storie e vignette.
C’erano Furio Scarpelli, Marcello Marchesi, Cesare Zavattini, Steno. E ci
sarebbe arrivato pure Scola, come viene insistito sottolineando le similitudini
tra i due: provenienza da fuori Roma, passione per il disegno e il Corriere dei
piccoli
, maniacale esclusione di ogni attivià fisica, manco sapevano nuotare.
Che sia un film sul giornalismo è il bello e anche il limite,
perché manca un po’ il Fellini regista, come lui girava insomma. Si capisce
solo chiaramente che viene dal disegno. C’è invece l’uomo, l’amico, l’amante.
Si vede poco la moglie. Notevole la scena dei bagni pubblici, da cui emerge la
passione per i tipi umani, e i giri nell’auto confessionale. «La vita è una
festa e allora perché non viverla in ogni attimo come tale», è una sua frase
riportata a manifesto. E con garbo è trattata anche la fine, dove si vedono
Mastroianni, Benigni e Spadolini omaggiarne la bara al Teatro 5 e poi Fellini
scappare per Cinecittà. Fuga come speranza, proprio al modo dei suoi
film.

twitter @rigatells