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Così Harry Potter è diventato un poeta maledetto

Il
punto di forza di Giovani ribelli di John Krokidas è che rappresenta gli artisti
della Beat generation nel loro caos primordiale. Prima che diventassero ciò per
cui li conosciamo. Come ha scritto Anthony Oliver Scott sul New York Times «L'emergere della vocazione poetica è quasi una
sottotrama in una storia di senso di colpa, lussuria, amicizia e omicidio».
E c’è tutto questo nel film presentato a gennaio a Sundance e poi a Toronto e a
Venezia, per molti il film dell’anno se non altro per il successo di pubblico e
di critica nei maggiori festival.

Si tratta di una pellicola molto ben girata, musicata (da
Pete Doherty) e recitata, in cui Daniel Radcliffe passa convincendo dal
maghetto Harry Potter di Hogwarts al poeta Allen Ginsberg della Columbia e si
trova in complicità omosessuale con Dane DeHaan, che interpreta glacialmente
Lucien Carr. Nella storia entrano anche i personaggi di Jack Kerouac e William
Burroughs fino a un omicidio, realmente avvenuto, che non impedisce al gruppo
di evolvere.

Oltre al clima problematico in cui questi autori crescono,
ciò che il film ben rappresenta è il parallelo tra jazz e poesia. Come il primo
rompe gli schemi musicali, la beat generation strappa la metrica. Così pure
emerge l’odio viscerale per le istituzioni di questi ragazzi New England fin
negli abiti, pronti a impiccarsi (in una scena divertente) pur di rinascere
culturalmente. Oggi di quella frenesia rimane l’originalità nello scrivere e l’impressione
che quei giovani americani sognassero Parigi e l’Europa liberata oltre alle «studentesse
della Barnald che ci stanno» (con quelli della Columbia). Ma quelle istituzioni
allora disprezzate ora sono più umane, le istanze dei ragazzi della Beat
generation le hanno pian piano accolte tutte e più
che di odio ora hanno bisogno di cura.

twitter @rigatells