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Com’è poco renziana la Festa de l’Unità alla milanese

Diventano un posto strano i Giardini Indro Montanelli di Milano dopo le 20. Vi si trovano tutte le contraddizioni della città. All’ingresso di via Moscova una musica attrae verso il baretto dove un gruppo di ragazzi suona jazz. Poco distante alcuni immigrati si lavano nella fontanella approfittando di un lampione rotto. Non è l’unico: al buio resta pure il plastico di Spinosauro davanti a Palazzo Dugnani. Attorno al dinosauro, ecco quelli che passeggiano in coppia, quelli col cane, quelli di corsa, la giostra all’ultimo giro, gli autoscontri deserti.
Che i Giardini siano un po’ bui devono averlo pensato anche gli organizzatori della Festa nazionale de l’Unità in corso fino al 6 settembre. Tre rumorose macchine illuminano infatti la scena con dei fari. Domenica sera, per la prima volta dall’inaugurazione, lo spazio si è riempito di gente. Sarà stato il ritorno dalle vacanze e la fine del weekend, ma anche piena la Festa appare piccola e dall’estetica passata. Niente a che fare con gli spazi di Bologna o Modena e pure manca il segno della novità. Nessuna tecnologia particolare, né gli sponsor delle cene da 1000 euro di Renzi. Sembra una festa in miniatura della vecchia ditta più che del nuovo corso del premier. Lo stile della Leopolda non ha conquistato la kermesse. Qualche cartellone sull’attività dei gruppi parlamentari, qualcuno sull’Europa, qualcuno dell’Unipol, un camioncino dello Spritz Aperol. «Il dibattito c’è, la salamella pure: mi pare non manchi nulla», scherza Vinicio Peluffo, primo abitante di Rho a finire in Parlamento. E in effetti, a starli a sentire, gli incontri in programma sono interessanti. Eppure non sfondano… «Milano offre molto la sera – continua – non è detto che uno debba venire qui, l’importante è continuare a portare le feste nei centri. Questa città è la locomotiva d’Italia. La ripresa parte da Milano. Ora si tratta di delineare il dopo Expo con una nuova sede dell’università e la cittadella dell’innovazione proposta da Assolombarda. Il sindaco? Auspico che Pisapia si ricandidi altrimenti si fanno di sicuro le primarie».
Le ha già perse contro l’attuale sindaco, che l’ha poi espulso dalla giunta, l’ex assessore alla Cultura, Stefano Boeri, che rimane però uno dei pochi a pensare in grande: «Una volta Milano era la capitale morale. Ora chissà, ma certamente lo è più di Roma – riflette l’architetto del Bosco verticale, uno dei palazzi che ridisegnano il profilo della città -. Trovo incredibile che non si discuta bene del futuro. Serve un tavolo di confronto immediato. Milano è ormai una città metropolitana e dal 1’ novembre propongo che il Padiglione Italia dell’Expo diventi il centro di questa area, che alcuni paesi siano invitati a rimanere con le loro sedi di rappresentanza e che vicino alla Fiera di Rho si apra una grande Fiera alimentare nazionale».
Per Yoram Gutgeld, consigliere economico di Renzi, «Milano guida da anni il Paese e il traino va aiutato, anche per questo tra le priorità del governo c’è la diminuzione del carico fiscale, ma nelle prossime settimane proporremo pure degli interventi per risvegliare il Sud, per cui basterebbe spendere i fondi Ue e farlo bene». Ai Giardini si parla anche delle unioni civili. Per l’ex partner McKinsey non c’è difficoltà a supportarle economicamente: «A regime costano 20 milioni l’anno». Micaela Campana, responsabile Welfare del Pd, ricorda come «Le unioni civili riguardino anche gli eterosessuali, che desiderano convivere con dei diritti. La legge parla a tutti gli italiani e proprio in una città come Milano è particolarmente attesa».
La forza economica, i nuovi diritti, il dopo Expo, il voto per il sindaco: la Festa del più grande partito italiano, per qualcuno il partito della nazione, non può che tenersi qui. Tra l’Unità e il futuro, tra la base metropolitana e il centro direzionale dei grattacieli, nei Giardini dove in un angolo lontano c’è la statua del grande giornalista. Francesca Poeta, 24 anni, grafica e stagista pagata dal Pd, si aggira con il cartellino al collo «Direzione». Insieme ai ragazzi di Proforma ha curato la grafica per insegne, mappe, programma. Slogan: «C’è chi dice sì». A lei il partito sta simpatico, ma non si definisce renziana: «Sono senza orientamento, solo grata perché il mio lavoro lo vede tanta gente».
Ai Giardini sono pochi i renziani. Luigi Dedei, ex Cisl, è uno degli organizzatori dell’unico ristorante della Festa, 280 posti e prezzi bassi grazie alla trattativa con i fornitori: «Prima eravamo tutti bersaniani, ora ci siamo un po’ smarriti. Facciamo i volontari per la passione e per la memoria. La Festa è più nostra che del partito». In carta, casoncelli alla bergamasca, spaghettoni al sugo di cinghiale, arrosti, costine e cotoletta, ma anche impepata di cozze, linguine allo scoglio, paella alla valenciana, fritto misto di pesce e spada alla piastra: tutto ottimo, ma i ristoranti delle feste emiliane sono una decina. E tanti erano anche dieci anni fa all’ultima Festa nazionale organizzata a Milano al Montestella, che durò il doppio dei giorni di questa.
Nei Giardini Montanelli, dove si tiene per la prima volta dopo un ballottaggio con piazza Gae Aulenti, tra i tavolini passano anche un gruppo di latinos che si sbronzano, donne senegalesi che cercano di rivendere i libri guadagnando due euro a copia e Alid, pakistano di 37 anni disoccupato e con il permesso di soggiorno scaduto: «Sono curioso di politica – racconta -. Vivo in Italia da 18 anni anche se oggi non verrei più qui, ma andrei nei Paesi Arabi dove si trova più lavoro. Ora sono ospite da un amico indiano e sto cercando lavoro». Al bar El cheringufo, gestito dai Giovani democratici, i cocktail si chiamano Stai sereno, Varoufakis, Il patto del Nazareno, Figlio di Troika, Frattocchie e Pisapia ripensaci. Domandiamo al barista se almeno lui sia renziano: «Sono del Pd ma non sposo la linea del premier e tra i giovani molti la pensano come me». Al che cerchiamo conferme tra quelli che ballano Conga di Gloria Estefan messa dal dj Stefano Protopapa, che tra l’altro prega: «Non scriva mica che sono renziano. Voto Pd, ma non sono del Pd, sono di me stesso». Attorno, una coppia gay non rilascia dichiarazioni. Di fianco a loro, Giusi e Tania sono qui per godere della notte di luna piena, ma la politica non le interessa. Come a Stefania Capolongo, 22 anni, che sbuccia le scorze d’arancia all’altro bar, il Bella ciao Milano: «Faccio la volontaria per amore, ma non del Pd bensì del mio fidanzato che è fissato con la politica».
Al bigliardino davanti al bar si sfidano due coppie. Conduce il gioco Matteo Sargenti, 35 anni, assessore allo Sport a San Donato: «I dibattiti sono interessanti, ma il contorno è povero. Mi aspettavo più gente. A Crema la festa è molto più grande. Qualche sera ci vado con mia moglie. La Festa è l’occasione di una serata piacevole con gli amici, un dibattito, una cena, una partita a bigliardino». L’altra coppia si dichiara apolitica. Così succede pure al chiosco della puccia salentina, dove da un fornetto escono anche caldi pasticciotti alla crema: «Non siamo del Pd, ci hanno chiamato per portare un servizio e siamo venuti. Paghiamo pure caro per stare qui». La renziana che non ti aspetti la trovi sotto la tenda del tesseramento. Ha i capelli bianchi e un passato da consulente fiscale alla Cgil, ma per la signora Laura «Il sindacato è rimasto indietro. Renzi si è messo in sintonia con le nuove esigenze della società. E’ solo un nome, potrebbe esserci lui come chiunque altro abbia capito la contemporaneità».
Alla libreria Roberto Nava illustra i libri più venduti: Ricreazione di Luigi Berlinguer, Non amate troppo Dio di Don Gino Rigoldi, Alla nostra età di Daria Colombo. E’ tra i pochi a definirsi subito renziano e non pentito: «Lo criticano tanto, ma ha riaperto l’Unità e ha ridato il nome originale alla Festa quando gli altri l’avevano cambiato».
Il giornale e la Festa, due regali alla memoria, alla base di un partito pieno di contraddizioni che emergono tutte dai Giardini di Milano, dove non a caso tra i nomi più indicati per le primarie oltre all’assessore Pierfrancesco Majorino e al deputato Emanuele Fiano gira quello del ministro ex bersaniano Maurizio Martina.

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